Le mie ultime settimane in terra inglese sono state animate da diversi cambiamenti, sia personali che professionali, tutto si sta muovendo velocemente intorno a me; amicizie, storielle, scoperte e riscoperte mi stanno portando a braccetto rendendomi se possibile ancor più confuso. Il che, oltre a farmi sentire leggermente inerme e sperduto, ha fatto si che il mio ormai consueto disordine mentale fosse ancor più incontrollabile. Come se non bastasse neanche le stagioni mi vengono in aiuto cercando di stabilizzare il mio bioritmo. Se si vive in un paese in cui il meteo è isterico come un’adolescente in preda alla prima ondata ormonale bisogna abituarsi a comportarsi di conseguenza; non sei tu a decidere cosa fare una volta liberato dagli impegni istituzionali, è il clima che sceglie per te e tu muto devi seguire pedissequamente i suoi input. Così, mentre amici e parenti riempiono la mia bacheca di fb e le mie chat di fantastici selfie immersi in acque cristalline e circondati da panorami mozzafiato, io cerco di sopravvivere alla mia prima “estate” londinese tenendo a freno i miei istinti omicidi. Ad oggi, 11 agosto, posso contare i veri giorni d’estate con il solo ausilio delle mie mani. Ciò nonostante sono riuscito a godermi i pochi scampoli di bella stagione facendomi coinvolgere dalle tipiche attività che i britannici svolgono quando il sole si fa spazio tra le nuvole.

In una città in cui il grigio non ti abbandona mai, quando lo stronzo di nome sole decide di presentarsi alla festa tutti lo vanno a salutare, estasiati da questa palla infuocata che illumina lo gnocco minerale su cui ci troviamo. Il tutto assume le sembianze di un rito pagano: gente vestita male si riversa in strada e nei parchi, accende fuochi, balla e canta, beve e si ama. In più, come quasi tutti i paesi la cui tradizione culinaria si limita a roba fritta e dolci cattivi, anche gli inglesi stanno piuttosto in fissa con i barbecue.thumb_IMG_1317_1024 Questo porta gli abitanti della perfida albione a sfruttare ogni occasione per accendere un fuoco e grigliare tutto il grigliabile. La cosa divertente è che nessuna legge gli impedisce di farlo nei parchi pubblici, ragion per cui nelle giornate in cui il clima è appena appena decente potrete vedere decine di nuvole di fumo alzarsi in cielo da ogni parco nel centro della città, rendendo l’esperienza incredibilmente simile alla visita ad una riserva indiana. Limitare però il loro saluto al sole unicamente alle tradizionali grigliate sarebbe poco. Moltissimi festival vengono organizzati in città durante tutto il periodo estivo, che siano food fest, beer fest o music fest fa poca differenza, l’importante è esserci e tirarsi per l’aria. In particolare nell’ultimo mese ho avuto modo di partecipare ad un curioso festival di musica elettronica nel centro di Londra. Tanto per capirci come se a Roma organizzassero un rave legale a Villa Borghese. Se già solitamente le inglesi si coprono poco in questa occasione ho avuto modo di fare da giudice incosapevole ad una sfilata di ragazze che facevano a gara a chi si era vestita di meno, cospargendosi il corpo di brillantini e ostentando il più possibile gli effetti di alcool e droghe. Gli uomini d’altro canto sfruttano l’occasione per mostrare a tutti il duro lavoro portato avanti in palestra durante i grigi mesi invernali, mettendo in bella vista i loro petti depilati. Immancabili in una location del genere ecco spuntare anche i tossici di professione, i quali ho potuto riscontrare che in Inghilterra hanno una strana passione per fare le feste ai cani antidroga, con conseguenze facilmente immaginabili.

Un’altra occasione in cui ho potuto studiare le tradizioni inglesi durante la bella stagione è stato un food truck festival che si è svolto a Alexandra park. Location molto suggestiva per lo più grazie al fatto che dal parco c’è una bellissima vista su tutta la città. thumb_IMG_1503_1024.jpgFin dalle prime ore della mattina il parco è stato preso d’assalto da grandi e piccini, tante le attività pensate dagli organizzatori: lunghi scivoli d’acqua, palchi con musica reggae e gli immancabili litri di birra venduti in ogni dove. Il problema in queste occasioni è che i cari inglesotti non capiscono che il loro corpo così poco abituato al sole va in tilt una volta ingerito il consueto quantitativo d’alcool. Indi per cui verso le 5 di pomeriggio si è potuto assistere ad un involontario e quanto mai spassoso domino di gente che è cominciata a cadere faccia in avanti per il troppo caldo. Mentre paramedici e dottori raccoglievano i caduti mi sono ritrovato a dover aiutare una signora di mezza età che mi è praticamente svenuta d’avanti. Coadiuvato dal ghiaccio con cui tenevo in fresco le mie birre, l’ho lentamente rianimata, consigliandole di spostarsi all’ombra di un albero in attesa che il suo corpo si riprendesse. Dopo 10 minuti era di nuovo a ballare sotto lo scoppio del sole con una birra in mano, ricordandomi per l’ennesima volta come il concetto di party hard degli inglesi ha tutto un altro significato rispetto al nostro.

Ciò che però mi rende più felice nelle modestamente belle giornate londinesi sono le lunghe passeggiate in bicicletta. Salgo sul mio bolide, conta poco se da solo o in compagnia, e mi perdo lungo i canali e nei pratoni che trovo nel nord di londra. Pedalare senza meta mi fa sentire libero dai pensieri e dalle ansie della quotidianità, mi restituisce un po’ di quella sana voglia di avventura che ogni uomo ingabbiato in una grande metropoli tiene celata all’interno del suo cuore. Anche queste scampagnate però portano i loro rischi: tre settimane fa mentre tornavo spedito verso casa al concludersi di una lunga pedalata, un dolce cagnolino privo di guinzaglio è sbucato improvvisamente fuori da una siepe, costringendomi a decidere se investirlo, tuffarmi nelle acque verdine del fiume o lanciarmi nella stessa siepe da cui era uscito. Fra le tre opzioni l’ultima mi è sembrata la più umana e priva di conseguenze, se non fosse che per le due settimane successive ho avuto la caviglia destra della Sora Lella e le capacità motorie di Stepehen Hawcking.

You gotta love the british summer!

 

 

Se dovessi indicare cosa mi ha colpito più positivamente di Londra in questi primi mesi, oltre al non dover guardare continuamente per terra cercando di evitare le merde di cane come avviene a Roma, citerei l’integrazione che si respira in tutti gli angoli della città. Certo, molti gruppi etnici e religiosi vivono raggruppati in vie o quartieri, ma non chiamateli ghetti. Una mia amica ha casa fra Hackney e Stoke Newinghton sulla sua via vi sono sia scuole ebraiche che musulmane. Camminando si possono incontrare ebrei ortodossi con i loro lunghi ricci che escono da neri cappelli mentre poco lontano si sente la comunità musulmana pregare in gruppo. Dentro un vagone della tube se si ascolta con attenzione è possibile sentir parlare almeno 4 o 5 lingue diverse. Immigrati di prima, seconda o terza generazione, oramai a tutti gli effetti inglesi, che mostrano con orgoglio il loro retaggio culturale senza per questo non sentirsi inseriti nel substrato sociale.

Da quando lo spettro Brexit è divenuto realtà ho visto e letto tante testimonianze di gesti di esclusione e razzismo avvenuti all’interno del regno unito, in particolare in Inghilterra. Tutti questi episodi sono avvenuti in località decentrate, dove l’extra comunitario e lo straniero fa paura. Non vengono accettati da un lato a causa dell’ignoranza di alcuni abitanti di questi centri, dall’altro poiché in questi luoghi l’inclusione ha fallito, e non riuscendo a far sentire gli immigrati cittadini inglesi, li ha costretti ad una autoghettizzazione che come unico risultato ha portato gli uni a temere gli altri e vice versa. Non voglio analizzare questi fenomeni o dirvi come risolvere questo problema, non ne sono assolutamente in grado. Voglio soltanto raccontare quello che vedo e quel che vivo.

Lo scorso sabato pomeriggio non avevo niente da fare e ho deciso di cercare un luogo dove potessi giocare a backgammon, una delle mie più recenti passioni. Mi hanno sempre divertito i giochi da tavola, da piccolo giocavo tantissimo a dama con i miei nonni, oltre ad aver adorato Cluedo, Monopolino (si volevo giocare con il monopoli di topolino l’originale non mi piaceva) e Pictionary. Ormai bello cresciutello assieme ad altri amici abbiamo sperimentato la rota del Risiko; ci incontravamo almeno una volta a settimana per sfidarci a colpi di dadi, avvelenandoci gli uni con gli altri a causa di alleanze rotte per futili motivi e accusandoci di raggiri e trame segrete degne del servizio segreto sovietico. Arrivammo a fondare la F.I.R (Federazione Italiana Risiko) con tanto di statuto e pagina Facebook, negli anni abbiamo anche ricevuto diverse richieste d’iscrizione, trovandoci sempre nell’esilarante situazione di spiegare al Nerd di turno che non fossimo un’organizzazione ufficiale bensì un nostalgico gruppetto di amici che si divertiva a cazzeggiare di fronte al campo di battaglia immaginario. Tutto ciò per dire che quando uno dei miei più cari amici quest’inverno ha deciso di insegnarmi a giocare a backgammon c’è voluto davvero poco per farmi diventare un vero e proprio fanatico del gioco. In quello straordinario mix fra strategia e botta di culo ho trovato il passatempo ideale per alleviare le serate noiose. Si può giocare per ore, accompagnati da tè, birra o ciò che preferite. Non è così complesso da impedire la conversazione ma essendo i dadi a decidere come ci si può muovere sulla tavola riesce a farti rosicare e godere tanto da rendere la competizione irresistibile. Deciso a non abbandonare questa passione mi sono recato in un bar gestito da un signore di chiare origini medio-orientali per chiedergli se avesse una tavola e se gradisse giocare contro di me di tanto in tanto. Molto gentilmente mi ha detto che lui non solo non possedeva la tavola, ma che non sapeva assolutamente giocare essendo originario di una regione del Pakistan dove il backgammon non è molto comune. Altrettanto gentilmente mi ha consigliato di recarmi in un pub non molto lontano dove era certo che avrei potuto trovare qualcuno da sfidare. Dopo aver ascoltato le sue indicazioni, ho pedalato fino al luogo indicato e mi sono ritrovato davanti ad un locale sulla cui insegna campeggiava il logo del Besiktas – noto club sportivo turco – lì per lì ero un po’ intimorito vista la nomea degli ultras turchi, ma ho comunque deciso di entrare. All’interno ho trovato una decina di persone occupate a bere tè e fumare la shisha. Sono andato al bancone e, dopo aver ordinato un tè alla menta, ho chiesto al barista se conoscesse qualcuno a cui piacesse giocare a backgammon. Mi ha immediatamente indicato un uomo attempato, vestito di una lunga tunica bianca che se ne stava seduto da solo in fondo alla sala. Ho preso il mio tè e mi sono avvicinato verso il signore, l’ho salutato cordialmente e ci ho cominciato a parlare. Inizialmente molto stupito dal mio interesse nei confronti del backgammon ho notato mi guardasse un po’ circospetto, come se avessi qualcosa da nascondere. Dopo diversi minuti sono riuscito a convincerlo di voler solamente giocare, così, con il suo permesso, mi sono alzato, sono andato a prendere la tavola custodita dal barista, abbiamo sistemato le pedine e dato inizio al gioco.

Abbiamo passato un paio d’ore così, bevendo tè, chiacchierando e giocando. Ho scoperto qualcosa in più sulla sua vita e lui qualcosa sulla mia. Dopo un po’ la strana coppia di cui mi trovavo a far parte ha attirato l’attenzione di 4 miei coetanei di origine turca. Ci si sono avvicinati e si sono messi silenziosamente ad osservare, finita la partita li ho invitati a giocare al mio posto e ci hanno confessato di non conoscere le regole. Così il mio nuovo amico ha cominciato a spiegargliele pazientemente nella loro lingua natia. Mentre assistevo a questa scena rimasi molto colpito dalla situazione. Mi sembrava di vedere tutto dall’alto: eravamo in sei intorno a quel tavolo, io, il vecchio e questi 4 ragazzi dall’aspetto poco raccomandabile ma dal carattere quanto mai affabile. Per un attimo ho avuto l’impressione che fossimo la perfetta rappresentazione della bellezza intrinseca di questa città; inclusione, curiosità e amore delle proprie tradizioni. Nessun tipo di pregiudizio e una gran voglia di scoprire l’occulto. Non penso di poter cancellare tutto lo schifo che il mondo mi ha propinato in questi anni con un pomeriggio al bar, ma vi assicuro che quando sono uscito dal locale per un attimo sono riuscito a guardare al futuro con più ottimismo. Resto convinto che i bastardi e gli ignoranti continueranno a far parte di questo mondo e che molto spesso saranno loro a comandarlo, ma sono altresì sempre più sicuro dell’idea che sta a noi, tutti i giorni, cercare di aprire il nostro cervello e scoprire, altrimenti la differenza fra terroristi e chi si ammala di terrore si farà sempre più labile fino a scomparire.

La prossima settimana tornerò a far visita ai miei nuovi amici.

Con molti di noi il creatore, o chi per lui, è stato piuttosto bastardo quando ha plasmato il nostro corpo e le nostre capacità. A me, come a molti altri maschietti, ha donato una passione sconfinata per lo sport e un fisico assolutamente inadatto a praticarlo; ho le ginocchia di uno con 40anni di parkour alle spalle, l’atletismo di un giovane Maurizio Costanzo e i riflessi di un bradipo in amore. Se il mio cervello rispondesse intelligentemente agli input che il mondo gli lancia avrei smesso di praticare sport più o meno al tramonto dei miei 18anni (quando andai per la prima volta sotto i ferri per risistemare il mio ginocchio sinistro), invece la mia testardaggine e l’adrenalina scaturitami dal testosteronico contatto fisico con un altro uomo, preferibilmente sudato, mi costringono a mettermi in ridicolo ogni qual volta abbia la possibilità di rincorrere un pallone di qualsivoglia tipo o colore.

Sono stati diversi i bassi della mia carriera agonistica, fra i quali si possono annoverare: la seconda rottura del crociato del ginocchio sinistro avvenuta due allenamenti dopo il rientro; la busta subita ad un torneo in parrocchia nel 2010 da un ragazzino di 6 anni più piccolo di me, con conseguente spinta sulla rete e imbruttita al protagonista di questo gesto; rissa invereconda provocata su un campo da basket del basso Lazio per aver detto ad un mio avversario che non comprendevo i suoni gutturali che emetteva dando fiato alle sue corde vocali; ma il primo posto con distacco va dato alla mia imbarazzante prestazione montana della scorsa estate in Indonesia. Partiti con uno dei miei più cari amici, decidemmo di scalare il vulcano più attivo del paese, perché il Bromo era troppo main-stream. La prima sfida fu arrivare alla base del temibile Gunung Merapi (ovvero il suddetto vulcano sputa lava), non essendoci bus che ci potessero portare a destinazione ci lanciammo in una trattativa degna del miglior Lotito per strappare un prezzo ragionevole ad un simpatico tassista alle prime armi. Dopo diverse strade sbagliate, un innumerevole numero di tornanti e più di qualche smaddonnata da parte dell’autista giungemmo al campo base. Ecco, il cosiddetto campo base era composto da due capannoni, di cui uno era adibito a bivacco, mentre nell’altro una simpatica ottuagenaria sdentata “cucinava” noodols precotti e contava il tempo che la separava dalla morte. Finito il lauto pasto, sentendoci dei veri montanari decidemmo di partire senza l’ausilio di nessuna guida, contravvenendo così alle raccomandazioni di qualunque forum o sconosciuto da noi interpellato. thumb_IMG_5846_1024Bastarono più o meno dieci minuti di salita per farci cambiare idea e aggregarci al primo gruppo che incontrammo per strada. La spedizione era guidata da quattro autoctoni che camminavano con sigaretta in mano e galosh ai piedi, qualche europeo, un paio di sudamericani e un grassissimo cinese in superga. Camminammo più o meno 8 ore in un sentiero che variava dal ripidissimo al “mannaggia alla puttana chi me lo ha fatto fare potevo andare in salento anche quest’anno”. Ah, quasi scordavo, tutto questo avveniva in notturna, ed io, privo di torcia, ero costretto a seguire passo dopo passo il mio compagno di viaggio per evitare di inciampare tra radici e piante di tabacco. Verso le 4 di mattina ci fermammo, poiché saremmo arrivati troppo presto in cima e non saremmo riusciti a vedere l’imperdibile spettacolo dell’alba da sopra il vulcano. Le guide accesero un fuoco e io mi misi a russare beatamente nonostante il freddo fottuto. Se possibile dopo la sosta mi sentivo ancora più stanco, arrivati all’ultima pettata prima della cima le guide ci informarono che il terreno sarebbe diventato sabbioso, e che quindi ogni passo in avanti sarebbe seguito da uno scivolamento vertiginoso verso il basso. Fu in questo tratto in cui feci i conti con la mia condizione fisica più che deprecabile. Mentre il cielo si schiariva vedevo il gruppo dirigersi deciso verso le vetta, io al contrario arrancavo faticosamente accompagnato dal grasso cinese e da una guida di buon cuore intenzionata a portarci sani e salvi a destinazione. Arrivati in cima, dovetti fronteggiare gli sfottò del mio amico che non pago di vedermi in uno stato quasi comatoso mi continuava a scattare foto. Come se non bastasse le nuvole resero assolutamente impossibile vedere l’alba, non so come sia riuscito a trattenere le lacrime.thumb_IMG_0510_1024.jpg

Dopo questo brutto episodio decisi di rimettermi in forma, e tornato dalle vacanze ricominciai a giocare a basket. Arrivato in Inghilterra non potevo esimermi dal confrontare i figli di albione nel basket e nel calcio. Ho così deciso di aggregarmi ad una squadra di pallacanestro e di tanto in tanto gioco a calcetto quando qualche sprovveduto decide di chiamarmi. Sono bastati poco più di due mesi per farmi capire la ragione delle innumerevoli sconfitte dei britannici negli sport di squadra. Fondamentalmente sono un mucchio di fomentati, super gonfi e con le gambe che gli vanno a duecento all’ora, altresì assolutamente incapaci di ragionare a mente lucida sotto sforzo o di controllare i loro istinti. In poche parole mi girano intorno tutta la partita ma quando mancano pochi secondi e c’è da vincere sono troppo presi dai loro pettorali alla dinamite e dalle loro cosce d’acciaio per capire cosa fare. Così finisce che il ciccione di turno (ciao, sono io) gli butta la palla dentro la retina o fa una rubata decisiva e si va a vincere.

Chiamatemi IslanDino.

 

Credo sia normale sentirsi sperduti e privi di punti di riferimento in un luogo a noi estraneo. Anche per una generazione come la mia, abituata a viaggiare e a confrontarsi con culture ed usi diversi. Libera di muoversi e spostarsi come mai era successo prima, in un mondo sempre più simile ad un grande paese con accenti e colori diversi. Personalmente trovo molto stimolante la confusione, la vivo come un’opportunità più che come un limite. Credo che sia la confusione a rivelarci la nostra vera natura, a farci capire come rispondiamo agli stimoli e alle paure. Non sarebbe noioso avere sempre il controllo totale di noi stessi? Essere sempre consci di quale sarà il nostro prossimo passo, di dove ci troveremo e con chi fra qualche anno. Mi piace vivere la mia vita nei momenti di incertezza, tendezialmente mi annoio di tutto in fretta – non credo sia una qualità – ma per lo meno mi aiuta a restare in movimento, a cambiare. Sai che palle avere una routine a 27 anni!

Il futuro non mi ha mai spaventato particolarmente, un po’ perché sono irrimediabilmente ottimista, un po’ perché, nel tentativo di mantenere vivo quell’adolescente immaturo ed entusiasta che sono stato, cerco di non lasciare che le preoccupazioni influenzino il mio umore e le mie scelte. Probabilmente è proprio questo lato così fanciullesco del mio carattere che mi fa temere l’abitudine in tutte le sue sfaccettature. Rimanere impigliato in un’esistenza piatta, quello si mi spaventa moltissimo. Ho visto ragazzi di poco più di vent’anni incastrati in relazioni stantie solo per il dolce tepore derivante dall’abitudine. Così spaventati dal cambiamento da non essere in grado di vedere ciò che dall’esterno appare palese. Persone che non vivono bensì si trascinano faticosamente lungo un’esistenza priva di scossoni, dichiarandosi felici per ciò che sono e saranno. Di ciò che hanno programmato e di quel che hanno realizzato. Convinti che la loro maniera di vivere sia quella giusta, ti guardano dall’alto in basso quando si rendono conto che il tuo incedere incerto non sia per te segno di difficoltà ma scelta ben ponderata.

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In questi primi mesi in Inghilterra mi sono trovato spesso a riflettere sull’abitudine; sebbene mi aspettasse una situazione piuttosto comoda ho dovuto comunque mettermi in gioco. Sono stato “costretto” a scoprire, perdermi, trovare il coraggio di conoscere persone e posti nuovi. Se fossi rimasto nel mio caldo cantuccio romano non avrei fatto nulla di tutto ciò, avrei continuato a frequentare i miei amici, sarei uscito sempre negli stessi luoghi, vedendo le stesse facce, gli stessi vestiti e ascoltando gli stessi discorsi. Con ciò non intendo rinnegare un passato così vicino, anzi, Roma mi manca, come i miei amici e alcuni luoghi a cui sono particolarmente legato. Quello che sto tentando di fare è un esercizio di autoconvincimento: voglio allenare me stesso a combattere l’abitudine, così da essere pronto quando mi verrà a cercare oltre manica. Mi sono reso conto di quanto ti possa rendere immobile la vita quando non si decide di attaccarla. Vorrei riuscire a scoprire qualcosa di nuovo ogni giorno, così da poter diventare l’uomo che sogno di essere.

L’abitudine è un mostro infingardo che ci fa sentire appagati dalla monotonia. Ci fa crogiolare nella noia. Portandoci a pensare che non ci sia più niente di nuovo da vedere o da fare, ci rende schiavi di essa allontanandoci dall’ignoto. E, se per alcuni questa condizione è dovuta alle sfide che la vita gli ha riservato, per altri è semplicemente un’ottima scusa per andare avanti senza il bisogno di scoprire cosa ci sia dietro quell’angolo oscuro e inesplorato che fa così tanta paura visto da lontano.

Non sarò di certo il primo a sostenere che gli inglesi siano un popolo particolare; così perfetti ed educati in alcune occasioni e allo stesso tempo capaci di momenti di pura cafonaggine. Difficilmente intellegibili quando lucidi, chiassosi e espansivi dopo qualche pinta. Li vedi impilati in file perfette dietro le casse del supermercato o salendo le scale della tube, poi esci un qualunque venerdì sera e trovi ragazze tutte in tiro vomitare per strada con il culo di fuori e il cocktail ancora in mano. Uomini di mezza età in giacca e cravatta, con la camicia sporca di birra intenti a provarci con una che potrebbe essere la loro nipotina. Una mattina, camminando per le vie di Highbury, mi è capitato di incrociare il furgoncino di un idraulico, vederlo inchiodare in mezzo ad una curva, aprire lo sportello, vomitare e subito dopo ripartire con la nonchalance di uno che si è fermato per allacciarsi le scarpe.

Trovandomi nella necessità di conoscere gente nuova mi capita di frequente, al crepuscolo di una giornata faticosa, di recarmi in un pub da solo, sedermi al bancone e mettermi a thumb_IMG_9769_1024chiacchierare con qualche avventore. Chi ha frequentato i pub anglosassoni si sarà facilmente reso conto come la cultura del bancone in questi popoli sia molto più sviluppata rispetto alla nostra. Qui è del tutto normale fare amicizia con uno sconosciuto, offrirsi un paio di birre e creare un legame che non appena si esce dal pub scompare alla velocità di uno schizzo di sugo. Nelle serate al pub nascono delle strane situazioni d’intimità involontaria, dal compagno di pisciate (tutti ne hanno uno nel corso di una serata alcolica, fateci caso), alla tipa con cui ti spizzi per diverse ore senza che poi questo gioco di sguardi porti a qualcosa, fino ad arrivare a quello strano rapporto di promiscuità che si crea con il barista, vero e proprio Virgilio della vita da bancone. La scorsa settimana il tempo è stato particolarmente brutto e, al concludersi di una lunga giornata, avevo proprio bisogno di buttare giù qualche pinta. Non avendo trovato compagnia in nessuno dei miei amici londinesi mi sono recato solo soletto in un pub dalle parti di Dalston, qui ho incontrato il capo di tutti i maschi alfa britannici. Appena varcata la soglia l’ho subito notato, seduto di fronte alle spine, maglietta blu a maniche corte da cui spuntavano tatuaggi vecchi di vent’anni, pochi capelli, fisico scolpito da un mix di palestra e bibitoni di proteine e, naturalmente, una panza alcolica forgiata dal fuoco di mille sbronze. Ho deciso di sedermi ad un paio di sgabelli di distanza da lui, abbastanza vicino per farmici due chiacchiere ma non troppo da essere molestato eccessivamente. Dopo un po’, credo a causa del mio accento da Super Mario, mi chiede di dove sono e ci mettiamo a chiacchierare. Mi rendo subito conto di non avere a che fare con il tipico lord inglese, comincia a raccontarmi di una sua vacanza in Italia, il cui minimo comune denominatore a suo dire è stata la Peroni in bottiglia, di gran lunga la cosa che più aveva gradito del bel paese. Dopo qualche minuto di ciarle si siedono a un tavolo poco lontano da noi due giovani coppie di ragazzi sulla ventina. Sin da subito il mio nuovo amichetto comincia a fare apprezzamenti sulle signorine, io, evidentemente in imbarazzo, sorrido timidamente alle sue battute e butto giù birra per evitare di dover rispondere. Le pinte cominciano ad accumularsi e noto che il suo grado di molestia cresce all’aumentare dell’alcool ingerito, tanto che ad un certo punto comincia a lanciare occhiate di paccianiana memoria ad una delle due biondine. Passano pochi secondi e le occhiate diventano commenti a voce alta seguiti da risate sguagliate. Intenzionato a divincolarmi prima che la cosa si faccia pericolosa esco per fumarmi una sigaretta.

Rientrato noto come la breve finestra temporale sia stata sufficiente per far precipitare la situazione: il fidanzato della tipa presa di punta si è alzato e ha cominciato un confronto linguistico con l’alfa inglese di cui Chaucer non sarebbe stato troppo fiero. A quel punto il malcapitato ha avuto la brillante idea di rifilare uno spintone al corpulento britannico, il quale, all’apparenza felicissimo dell’accaduto, non si è fatto ripetere due volte la provocazione e ha cominciato a menare le mani come se il sole non dovesse mai tramontare. Nonostante l’intervento dell’amico e delle accompagnatrici, è stato chiaro da subito chi si fosse guadagnato la vittoria. La scena è andata avanti per pochi secondi, le ragazze urlavano, i loro fidanzatini cercavano inutilmente di mettere KO il molesto, i baristi non sapevano bene come comportarsi, ed io? Io ero rimasto immobile a fissare la scena, rapito da questa danza tribale che si stava svolgendo di fronte a me. Fino a che il tipo non ha notato il mio ritorno, e, senza smettere di scagliare calci e cazzotti, mi ha invitato con un simpatico occhiolino e un’esclamazione ad unirmi alla festa. Cercando di essere il più vago possibile ho preso il mio zaino e sono uscito lasciando la birra piena a metà sul bancone. Una volta raggiunta la bicicletta ho riflettuto attentamente sulla situazione, arrivando ad una conclusione piuttosto immediata; i banconi dei bar inglesi possono essere croce e delizia, e forse è il caso che cominci a selezionare i miei compagni di chiacchiere prima di ritrovarmi in una cella britannica senza neanche aver compreso il perché.

Tutti gli italiani, anche i più patriottici, in fondo in fondo provano un po’ di vergogna quando si trovano all’estero e devono confessare il loro luogo di nascita. I motivi possono essere i più disparati, io ad esempio nella mia speciale classifica metto al primo posto l’applauso che regolarmente scatta all’atterraggio dell’aereo sul patrio suolo, seguito dagli uomini con le sopracciglia ad ali di gabbiano e solo al terzo pongo i lampadati cronici. Credo che ognuno ne possa trovare diversi e variegati, ma se c’è una cosa che ci tiene uniti come popolo, più del calcio, più di Porta a Porta o di Che tempo che fa’, più dei cinepanettoni e, forse, solo secondo alla fica, è il cibo. Tutti noi siamo stati cresciuti con una tradizione culinaria molto forte e identitaria, proprio per questo motivo quando siamo all’estero ci teniamo a distanza di sicurezza da qualsivoglia ristorante battente bandiera italica. In generale, siamo convinti che se vogliamo mangiarci un piatto di carbonara sarà sicuramente più soddisfacente quello che ci possiamo cucinare a casa da soli, piuttosto che quello che ci potrebbero preparare dei cuochi danesi magari con lo strano vizio di mettere la panna negli spaghetti. Da qui però apriamo una fattispecie che a mio avviso vale la pena analizzare, ovvero la spesa dell’italiano all’estero.

 

Partiamo dal presupposto che mi trovo a Londra e non a Kinshasa, motivo per cui se avessi le sterle in tasca potrei trovare di tutto. Certo magari dovrei vendermi anche la collanina d’oro che nonno mi ha regalato per il battesimo, ma vi assicuro che con un po’ di impegno riuscirei a mettere sul tavolo anche del lardo di Colonnata o la soppressata dello zio Calogero. Non navigando esattamente nell’oro lascio le voglie alle donne incinte e cerco di cavarmela con quel che trovo. Nelle prime settimane, frutto anche della mia condizione di senza fissa dimora, ho attinto spesso al junk food, presentissimo in ogni luogo e forma thumb_IMG_9936_1024nella capitale britannica. Ma, anche pensando alla maledizione scagliata su di me da un mio caro amico – da Londra se torna ingrassati o dimagriti, e ho come l’impressione che tu sarai fiero rappresentante del primo gruppo – ho deciso di regolarizzare la mia dieta. Fondamentale in quest’opera è stata la mia dolce sorellona anche lei abitante della perfida Albione, amante del cibo, più che discreta cuoca (potete seguire le sue gesta su incuqina), si è presa cura di me aprendo il mio orizzonte a ingredienti mai neanche esplorati dalla mia fantasia (se qualcuno conosce il sedanorapa ha tutta la mia più sincera vicinanza). Per essere sicura che i cibi, in particolare gli ortaggi, che arrivano sulla sua tavola siano di qualità più che discreta, si fa spedire a casa la spesa da un food delivery biologico e sostenibile (detto tra di noi na fricchettonata pazzesca), molto buono ma di cui non ho voluto chiedere il costo per paura di rimanerne sconvolto. Adesso sono costretto a procacciarmi il cibo da solo e ho cominciato, per forza di cose, a frequentare i supermercati britannici. Bene, io sono un amante della spesa, mi diverto proprio a girare per gli scaffali come un viaggiatore alla scoperta di una terra selvaggia, vagare alla ricerca del sugo perduto o della forma di formaggio perfetta. Trovavo dilettevole anzi che no il sacco mensile del supermercato che compivo con il mio coinquilino quando ancora vivevo a Roma. Ancor di più quando ci si recava al supermercato dopo una cannetta o due. Certo, si tornava spesso a casa con cibi misteriosi e quanto mai inutili, ma vuoi mettere la gioia di fissare inerme per dieci minuti lo scaffale dei cereali tornando poi a casa con lo stesso identico tipo della volta prima.

Purtroppo ancora non ho trovato un compagno di spesa e sono così costretto a recarmici tutto solo soletto, con le evidenti complicazioni del caso. Qui i supermercati seguono una logica completamente diversa rispetto ai nostri, o meglio, a mio modesto modo di vedere, non hanno affatto una logica. Il pane si trova accanto ai detersivi, il formaggio insieme allo shampoo e la frutta dalla parte opposta della verdura. Questo ha fatto sì che il tempo medio da me impiegato per fare la spesa oscilli tra l’ora e mezzo e il “a sto punto resto qui fino a domani mattina così almeno aiuto a scaricare”. In particolar modo il problema si presenta quando, in onore dei bei tempi andati, decido di farmi uno spinellino prima di andare a fare le compere. Come detto, ciò rende il tutto più lento e confuso, il che non sarebbe un problema, se non fosse che due giorni fa mi sono quasi fatto arrestare dalla guardia di sicurezza del Tesco; l’energumeno, vedendomi vagare per due ore con un carello vuoto ed uno zaino pieno, ha giustamente pensato stessi tentando di fottermi tutto. Gli ho cercato di spiegare di essere solo un simpatico fattone, perduto nei colori accesi degli ortaggi geneticamente modificati e negli sguardi delle signorine che vagano per le corsie. Ma, nonostante il mio sorriso rassicurante e la mia giustificazione più che comprensibile, non sono stato creduto e mi sono visto costretto a vuotare lo zaino, solo una volta assicuratosi non stessi tentando di rubare nulla l’energumeno si è scusato e a quel punto abbiamo fatto due chiacchiere. Si è rivelato molto simpatico. Ci sono buone possibilità che abbia trovato il mio nuovo compagno di spesa.

 

Ogni popolo ha abitudini oltre modo fastidiose a cui uno si deve abituare se si trasferisce anche per un breve periodo in un altro paese; gli italiani sono senza alcun dubbio caciaroni, parcheggiano fantasiosamente, sono legati a tradizioni culinarie quasi dogmatiche e non riescono in nessun modo a rispettare una fila ordinata. Gli spagnoli, popolo estremamente eterogeneo, bevono di merda (l’inventore del kalimotxo andrebbe arrestato per lesa maestà ad una bevanda straordinaria come il vino), sono sempre in ritardo, credono che Colombo sia nato nella penisola iberica e sono pronti ad uccidere chi paragona la tortilla alla frittata. Gli inglesi ne hanno diverse che proverò a snocciolare pian piano che la mia conoscenza della perfida Albione si farà più consistente. Fra queste ce n’è una con cui mi scontro giornalmente che, senza alcun motivo razionale, provoca in me una rabbia cieca e un senso di superiorità quanto mai insensato. Mi riferisco al loro modo di vestirsi. Non critico assolutamente le scelte stilistiche, chi mi conosce sa che sono aperto anche ai look più azzardati e particolari. Oltretutto se avessi di questi problemi, trovandomi dove mi trovo, farei prima a rimediare un Uzi, recarmi a Bricklane e cominciare a sparare a tutti gli Hipster che incontro per strada. No, quello che mi fa perdere il lume della ragione è vedere come cambiano, o meglio, NON cambiano il loro vestiario a seconda del clima. Mi spiego, l’Inghilterra è notoriamente una grigia isola non propriamente benedetta dal sole, quindi assumiamo sia comprensibile che come la temperatura si alzi sopra i 20 gradi tutti salutino la giornata indossando shorts, sandali di dubbio gusto e canotte. Quello che trovo assolutamente inaccettabile è che – mutuando un motto Scout – non c’è buono o cattivo tempo, c’è solo voglia di mettersi una maglietta con i calzoncini e le infradito nonostante fuori ci siano 8 gradi e del sole non si abbia notizia da diverse settimane. thumb_IMG_0271_1024

Ho precedentemente accennato al fatto che le donne britanniche non temano il freddo quando si parli di voler troieggiare in giro. Questa abitudine, per quanto particolare, è ancora comprensibile, se vogliamo gradevole – uomini, alzi la mano chi non è contento di vedere un paio di cosce scoperte anche con temperature prossime allo zero – quello che mi manda in bestia è vedere ragazzetti al primo appuntamento che pur di sfoggiare la camicetta vintage a maniche corte appena acquistata al mercatino più cool del nord di Londra sarebbero disposti a prendersi la broncopolmonite, lo scorbuto e a rendere le dimensioni del proprio gingillo simili a quelle di uno stuzzicadenti, piuttosto che coprirla con un maglione.

Avendo vissuto gran parte della mia vita a Roma sono stato abituato ad incontrare gruppi di turisti Inglesi girare per il centro vestiti come se si trovassero a Ostia d’estate, nonostante sia il 20 gennaio e faccia un freddo fottuto. Spesso ho pensato lo facessero perché l’idea di trovarsi nel sud dell’Europa li portasse immediatamente a pensare al sole, le palme e i mojito. Effettivamente non ero così lontano dalla verità, per il britannico medio non conta la temperatura, il suo cervello ragiona in maniera molto differente. Vi sono tre linee guida che segue una volta che si confronta con il suo armadio la mattina: periodo dell’anno, luogo in cui si trova e un’ultima più irrazionale e totalmente priva di logica che mi sento di definire “il fatto che il buon dio mi abbia voluto far nascere inglese mi permette di fare lo stracazzo che voglio”. Soffermiamoci un secondo su quest’ultima; prima di arrivare in Inghilterra mi ritenevo mediamente arrogante, a tratti spocchioso e vittima di un senso di superiorità tendente all’onnipotenza. Bene, è bastato poco più di un mese per ridimensionare questo mio credo. La naturalezza con cui i britannici ti guardano dall’alto in basso è davvero ragguardevole, spesso, anzi sempre, sono convinti di essere dalla parte della ragione e mai e poi mai riescono a pensare ad un popolo che abbia raggiunto traguardi più incredibilmente stupefacenti di loro; have you ever notice that everybody speaks english my dear?. Questo senso di superiorità si sostanzia anche nel vestiario, ovvero: se abbiamo conquistato mezzo mondo e amo convinto qualcuno che il cricket è uno sport entusiasmante saremo liberi di vestirci come meglio ci pare anche andando contro le più basiche regole climatiche use a tutto il resto del mondo?

A mio modestissimo modo di vedere, la risposta è un rumorosissimo: NO! Soprattutto quando hai la pelle bianca come i panni delle pubblicità omino bianco e, anche se è giugno, fuori fanno 10 gradi e piove! Ma, dato che sono un uomo solo e consapevole di non poter in nessun modo provare a cambiare queste abitudini millenarie, sto tentando di mimetizzarmi approcciando anche io l’armadio pensando al fatto che è giugno e tutti i miei amici mi mandano foto dei loro weekendini al mare. Il mio esperimento ha subito portato i suoi dividendi: ho la febbre da due giorni e un mal di gola che mi fa sembrare un Sandro Ciotti catarroso.

Evviva l’estate britannica, evviva la regina!

In un paese non troppo lontano c’erano due signori con i capelli già grigi che si volevano tanto bene. Lei era una maestra d’asilo bravissima nel raccontare storie sorprendenti e sempre nuove ai suoi alunni, mentre lui aveva ereditato dal padre una piccola bottega in cui portava avanti l’antica arte della falegnameria.

I due si erano conosciuti giovani, si erano corteggiati, amati e infine sposati. Vivevano da più di 25 anni felici e contenti in una piccola casa poco fuori città. La casa aveva un grande giardino, un bel salotto, una cucina accogliente e tre stanze da letto. Quando i due si unirono di fronte a dio, ed ai parenti riuniti, non c’era al mondo cosa che desiderassero di più di avere tanti bambini. Il papà già pensava a tutti quei maschietti a cui insegnare come intagliare il legno, la mamma si era già immaginata i vestiti che avrebbe confezionato per i suoi bimbi, i pomeriggi uggiosi passati a preparare biscotti o le storie che avrebbe loro raccontato di fronte al camino. Purtroppo, dopo tanti anni insieme sembrava che la cicogna avesse perso le indicazioni per portare il tanto atteso regalo ai nostri innamorati. I due si erano ormai rassegnati a rimanere soli nella loro grande casa, finche un bel giorno la maestra d’asilo si recò dal medico. Nelle ultime settimane si sentiva spossata, vittima di frequenti cambi di umore e perseguitata da un famelico appetito. Temendo che potesse essere un brutto virus il dottore la sottopose a diversi test. Dopo una settimana arrivò la telefonata tanto anelata, finalmente avrebbe dato alla luce il suo primo genito.

Passarono nove mesi e il piccolo venne al mondo bello, forte e in salute. I suoi genitori erano al settimo cielo, lo accudirono come meglio non si poteva e giorno dopo giorno si trovarono a riscoprire il mondo con i suoi occhi così candidi e pieni di curiosità. Passavano i mesi ed il piccolo cresceva sempre di più, cominciò presto a gattonare e dopo poco riuscì a mettere uno in fila all’altro i suoi primi passi. Tutto andava per il meglio, i genitori non erano mai andati così d’accordo e sognavano ogni giorno un futuro sicuro e brillante per il loro bambino. Solo una cosa preoccupava il papà e la mamma, il piccolino non dava proprio l’idea di voler cominciare ad emettere suoni di senso compiuto. Ogni tanto qualche pianto o qualche rigurgito ma niente di più. Comunicava solo con i suoi occhi scintillanti ed il suo candido sorriso.

Tre anni erano passati dalla sua nascita e di parole neanche un accenno. Il dottore non aveva rilevato nessun tipo di malformazione congenita e cercava di rassicurarli in ogni maniera.  Nonostante le parole del dottore la mamma non riusciva ad accettare che il suo piccolo non parlasse, così lo portò dai migliori logopedisti del paese, gli leggeva favole e racconti. Lo faceva giocare in continuazione con le lettere dell’alfabeto. Lui imparava, capiva e interagiva molto meglio di qualunque bambino della sua età, ma la sua bocca rimaneva sempre serrata.

Il bimbo aveva ormai compiuto 7 anni, andava alle elementari, a scuola era bravissimo in tutte le materie, certo, non poteva sostenere le interrogazioni orali ma faceva parlare i suoi compiti per lui. Alcuni compagni lo schernivano per via del suo mutismo, ma lui aveva una personalità forte e non si curava dei suoi coetanei. In quegli anni il bambino silenzioso dimostrò di essere incredibilmente dotato anche nelle attività sportive, un vero e proprio talento naturale. Dovete sapere che nel paese di cui stiamo parlando lo sport più praticato non era di certo il calcio e neppure il basket. Tutti i bambini volevano solo e soltanto fare atletica. C’era chi preferiva il salto in alto, chi la corsa, chi il lancio del peso ma proprio tutti si dilettavano in qualche disciplina. Il bimbo silenzioso si distingueva in tutte. Nella sua classe, ma che dico, nella sua scuola non ce n’era per nessuno, neanche i bimbi più grandi riuscivano a batterlo. Più cresceva più migliorava. Arrivò al liceo che gareggiava già con i ragazzi delle università e si riuscì addirittura a qualificare per qualche competizione internazionale. Ci volle poco che diverse università d’oltre oceano cominciassero a corteggiarlo per assicurarsi i suoi talenti in cambio di una prestigiosa borsa di studio. Il bimbo però non voleva allontanarsi troppo dagli anziani genitori e rifiutò tutte le proposte. Decise di studiare nell’università più vicina a casa. All’età di 22 anni contava già tre ori Olimpici e diverse altre medaglie. Un anno dopo si sarebbe laureato in ingeneria, ma indovinate un po’? tutti questi traguardi erano stati raggiunti senza che lui proferisse verbo.

Ormai era vicino ai 30 anni d’età e decise di ritirarsi dalle attività agonistiche, voleva passare del tempo con i propri genitori. Sebbene la sua nascita fosse stata una vera e propria benedizione per la coppia, furono tante le energie che il suo mutismo aveva portato via ai due. Troppo spesso il ragazzo silenzioso si era sentito un peso per mamma e papà. Poi, quando aveva dimostrato quelle qualità eccezionali che lo hanno portato sui gradini più alti del mondo, le sue attenzioni erano state quasi completamente dedicate agli allenamenti. I suoi coach chiedevano tutto da lui e lui non si tirava mai indietro. Sempre pronto a dare il 100%, sempre pronto a sputare sangue sulla pista. E mamma e papà? loro erano lì, lo sostenevano ma erano visibilmente stanchi. La vecchiaia glieli stava portando via e lui voleva restituirgli qualcosa indietro.

Dopo aver voltato le spalle alla sua carriera sportiva riuscì a dedicare più tempo alla sua famiglia. Seppur potesse vedere la gioia nel cuore dei propri genitori sapeva di dover fare qualcosa di più. Non poteva limitarsi ad essere un buon figlio, così si fece convincere a intraprendere una carriera politica. La sua laurea gli aveva dato grande autorevolezza, gli anni da dominatore dell’atletica l’amore della gente e il carisma era una dote naturale che riusciva ad esercitare senza la necessità di proferire verbo ma solo con la sua espressività e la sua concretezza. Si fece convincere ad accettare questa sfida e dopo una lunga campagna elettorale entrò in quello che noi chiameremmo parlamento. Passarono solo 8 anni e venne candidato alla presidenza del piccolo paese che gli aveva dato i natali. Qualche mese prima il suo amato papà era venuto a mancare e dopo poche settimana anche la mamma lo salutò per sempre. Troppo il dolore nel dire addio al suo unico amore così anche il cuore della vecchia maestra si era fermato. Nonostante la ferita per la scomparsa dei genitori fosse ancora aperta, l’uomo silenzioso decise di continuare la sua campagna e anzi, lo fece con ancor più dedizione. Finalmente giunse il giorno delle elezioni, l’uomo silenzioso non era mai stato così teso, neanche la sera prima delle gare era così preoccupato. Ma le gare non erano la stessa cosa, lì dipendeva tutto da lui, se avesse corso più veloce degli altri sarebbe stato vincitore, qui correre non bastava, serviva la fiducia della gente per incoronarlo “campione”.

Dopo lunghi patemi si conclusero le 48ore più lunghe della vita dell’uomo silenzioso, i primi sondaggi lo diedero subito in testa. Il giorno seguente all’ora di pranzo era già chiaro a tutti chi fosse stato il trionfatore assoluto delle elezioni. La sera venne dichiarata la sua vittoria e lui invitato a tenere un discorso. Tutta la nazione attendeva le parole del suo nuovo leader. L’uomo silenzioso si presentò alle telecamere elegante come non mai assieme alla sua inseparabile interprete. Proprio quando le parole da lui scritte cominciarono a scorrere sullo schermo di fronte all’interprete lui colse tutti di sorpresa, con rapida mossa tirò fuori un lungo oggetto in legno dalla sua tasca, lo fece volteggiare per aria e si trasformò. Il nuovo leader era immediatamente diventato un vecchio e distinto signore dalla lunga e folta chioma grigia. Portava sulle spalle un mantello che in parte copriva una tunica azzurra impreziosita da ricami dorati. Ai piedi lunghi stivali argentati e in testa un cappello dello stesso colore. Mentre tutti erano inermi e stupefatti, cercando di capire cosa avessero appena visto, il vecchio prese il microfono dalle mani dell’interprete e cominciò a parlare: “Buona sera a tutti cari concittadini, come vi sarete resi conto da soli il mio aspetto è cambiato in questi istanti. Da giovane e bell’uomo mi sono trasformato in un signore un po’ attempato e vestito in maniera, beh… diciamo particolare. Questo è sempre stato il mio vero aspetto. Ormai più di 30anni fa decisi di rinascere per dare una gioia ormai inaspettata ad una splendida coppia di amanti. Da quel momento ho speso tutto il tempo a mia disposizione per dimostrare qualcosa al mondo intero: le parole non servono. O meglio le parole sono spesso superflue, il modo migliore che abbiamo per comunicare sono le nostre azioni. Solo con quelle possiamo davvero dare l’esempio ed ispirare le giovani generazioni. Le parole da sole possono nascondere menzogne, i fatti mai.” Non fece in tempo a concludere il suo discorso che uno stuolo di guardie lo aveva circondato e ammanettato. Dal pubblico presente in sala risuonavano offese di ogni tipo “Strumento del demonio”, “impostore”, “mostro disumano!!”.

Il vecchio stregone venne immediatamente portato in carcere, nei giorni successivi sarebbe stato condannato per direttissima da un tribunale speciale, poche settimane più tardi fecero applicare la pena di fronte all’intera popolazione. Mentre lo portavano al patibolo venne ricoperto di sputi e insulti, gli lanciarono ogni sorta di oggetto e maledizione possibile. Il vecchio stregone era piombato nuovamente in un mutismo da cui non avrebbe più fatto ritorno. Questa volta non perché volesse insegnare qualcosa a qualcuno, bensì per la delusione e la tristezza che stavano asfissiando il suo povero e vecchio cuore.

Mentre leggevano la condanna i suoi occhi apparirono per la prima volta privi di luce. Mentre il suo corpo bruciava sulla pubblica piazza una lacrima solcò il suo viso. Una lacrima versata non per via del suo destino, ma per il genere umano intero che, una volta di più, aveva perso un’occasione per aprire il suo cuore alla verità preferendo rimanere segregato nell’oscurità dell’ignoranza.

Ho da poco festeggiato il mio primo mese a Londra. Rifugio sicuro dei senza patria o di quelli che la usano come tappa per ritornare, un giorno, all’unico luogo che vogliono chiamare casa. Madre adottiva di mezza Europa, più per convenienza che per piacere. Padre severo che premia unicamente i suoi figli più meritevoli. Casa di mode passeggere e luogo di culto della pop culture. Porto per stranezze temporanee e consuetudini secolari. Tutto e niente, o forse, semplicemente, vera capitale di un’Europa che ancora non ha ben capito cosa sia.

Inizialmente mi muovevo confuso e circospetto, cercando di non perdermi nel groviglio di strade e rotaie. Ore buttate a cercare di interpretare l’indistricabile matassa di linee colorate che formano la Tube, già piuttosto complessa, resa ancor più incomprensibile dal mio daltonismo. Attimi di panico cercando di ricordarsi da che lato guardare prima di attraversare, risolti dalle pratiche indicazioni orizzontali che gli inglesi hanno voluto concedere a noi forestieri, consapevoli di essere nel torto.LookRight Serate passate a domandarsi come giovani donne riuscissero a combattere il freddo nonostante i loro vestiti succinti. “Se chiama voglia de scopà” mi rispondevano i miei compatrioti più usi alla cultura britannica. Vani tentativi di pronunciare parole di chiara discendenza italiana come: “espresso”, “latte macchiato” o “pizza margherita”, in maniera sufficientemente chiara per farsi comprendere, ma non troppo accentuata da sembrare Giacomo Poretti nei panni di Mr Flanagan. Distanze infinite, anche per uno abituato al caotico traffico di Roma. Quartieri in espansione, altri rivalutati. Gru che sfidano il cielo in ogni dove, sovrastate unicamente dal continuo via vai di aerei intenti a partire e tornare. Ed io, lo scemo del villaggio, perso nelle piccole sfumature dei palazzi, nei mattoncini rossi e nelle villette a schiera. Nelle Ale e nelle IPA, seguite da un gin-tonic e se capita da un whiskey. Poi… discoteche grandi come centri commerciali, centri commerciali grandi come quartieri. Mercatini vintage e banchetti di cibo. Fish and Chips, ristoranti messicani, fusion italiano-cinese. “in or out?”. Tutto è delivery, anche la droga. Non c’è tempo per niente, per questo bisogna far tutto in fretta. La sera dopo l’ufficio al pub, “shall we eat?”, “no mate, eating is cheating!”. Sarà, ma quando alle 11 vomiti non chiedermi di aiutarti a non cadere nella pozza che tu stesso hai creato.

Appare tutto così uguale ma così diverso, un futuro prossimo che non sei sicuro ti piaccia o meno. thumb_IMG_0310_1024.jpgDomandandoti se un giorno anche la tua città diventerà così ti ritrovi a sognare la Londra degli anni Ottanta, sicuramente più sporca, meno accogliente e in alcuni momenti pericolosa. Ma con un’anima ben distinta, un fascino racchiuso nelle sue peculiarità e nella sua irriverenza. Contro un presente così scontato e prevedibile. Una società che apparentemente è in grado di rendere l’individuo unico e speciale, di valorizzarlo. Mentre sa perfettamente di mentire, riducendo la sua esistenza ad una socialità informatica, ad un divertimento standardizzato. “Ma puoi tenerti i capelli blu e i tatuaggi, così sì che ti senti speciale, vero?”.

Ed io, nonostante tutto, comincio a sentirmi a mio agio. Convinto delle mie scelte. Certo che conoscere voglia anche dire rimanere scettico e sconcertato. Sicuro che uscire dalla propria comfort zone fosse l’unica scelta possibile per uno nella mia posizione. Felice per come sono stato accolto dalla città, da una comunità italiana impossibile da ignorare. Dalle storie che la gente ha da raccontare, a cominciare dai percorsi più diversi e complessi che li hanno portati qui. Da giornate in cui sono racchiuse tutte e quattro le stagioni. Da una bici che mi accompagna nelle sfumature più nascoste di una capitale piena di bellezze celate. Pedalando sento la voglia di farmi investire da tutto ciò che questa città mi potrà insegnare. Curioso di capire se riuscirà a cambiarmi senza per questo snaturarmi. Prima di dirsi addio.

C’era una volta in un paese molto lontano una bimba bellissima. Capelli lunghi e sempre arruffati, occhi grandi che ti esplorano intimamente e riescono in qualche modo a far apparire tutto più vero. Un sorriso candido in grado di accecare nel buio e un’intelligenza che riusciva a mettere a nudo qualsiasi coscienza.

La bambina era nata da una famiglia grande e affettuosa, la mamma nonostante i suoi modi un po’ bruschi non mancava mai di farle avere il suo amore. Il padre, nonostante i tanti impegni derivanti dal suo lavoro, cercava sempre di dedicare tempo alla sua piccola, al suo orgoglio. Il suo intuito e la sua intelligenza, attributi che la natura le aveva fornito in grande quantità, venivano coltivati di giorno in giorno dal padre, che cercava di stimolarla facendola leggere, dipingere, discutere. Nonostante la piccola si dimostrasse portata per qualunque tipo di attività, sia accademica che sportiva, aveva sempre l’impressione che le mancasse qualcosa. Questa sua mancanza non era dovuta a capricci tipici della giovane età, era qualcosa di più profondo, qualcosa senza il quale la piccola non sarebbe mai riuscita ad essere davvero felice.

Nel passato della bambina dai capelli neri si celava un segreto, qualcosa di cui solo i genitori e i dottori che l’avevano seguita fin da giovane erano a conoscenza. Un segreto che né la mamma né il papà della bimba avevano il coraggio di confessare alla loro figlia prediletta. La piccola era nata con una piccola malformazione al cuore. Niente che le impedisse di vivere, correre o respirare bene. Bensì qualcosa di più profondo, qualcosa che non la poneva in pericolo di vita ma che le avrebbe impedito di raggiungere la vera felicità. All’interno del suo piccolo cuore mancava un frammento, tutti gli specialisti consultati dai genitori non si riuscivano a spiegare come fosse possibile che la bimba non subisse nessuna conseguenza da questa sua malformazione. Passavano gli anni e la piccola cominciò a diventare donna, e sebbene le sue condizioni di salute fossero stabili e la sua vita procedesse a gonfie vele, più cresceva e più prendeva coscienza che le mancasse qualcosa, qualcosa le impediva di sorridere davvero, di sentirsi davvero appagata.

Finito il liceo la ragazza dai capelli neri decise di andare all’università. Voleva diventare avvocato, aiutare le persone in difficoltà. La sua carriera universitaria andò avanti senza problema alcuno, e proprio in quegli anni, tra un libro di diritto privato e uno di procedura penale, incontrò un ragazzo. Il giovane era di bell’aspetto, dotato di una grande intelligenza e il suo futuro sembrava destinato a riservargli soltanto il meglio. I due cominciarono a frequentarsi. Uscivano insieme, studiavano insieme, progettavano un futuro pieno di impegni, scadenze e aspettative. In un primo momento la ragazza era convinta di aver trovato la felicità, quella parte di sé che le era mancata per tutti quegli anni, colui che sarebbe stato in grado di renderla davvero felice. La relazione andava avanti, i due erano una coppia invidiata da tutti: belli, di successo, disponibili con tutti. Nonostante l’apparente perfezione che era rappresentata dalla sua vita, la ragazza dopo un primo momento di appagamento totale era tornata a sperimentare quella sensazione di vuoto, un vuoto incolmabile, un vuoto insopportabile. Per cercare di colmare questa mancanza la ragazza cominciò a dedicare la sua vita al prossimo, impegnandosi fino a non avere più nemmeno un momento per sé stessa. Le sue giornate erano contornate dall’affetto che i più le dimostravano, la gente da lei aiutata la amava profondamente e faceva di tutto per farglielo capire, il suo compagno di vita si era realizzato nel suo campo e riusciva – a modo suo – a farla sorridere. Ma ciò non bastava, la sensazione di vuoto cresceva, e niente riusciva a lenirla, anzi, più passava il tempo e più diveniva insostenibile.

Un giorno la donna dai capelli neri camminava tranquilla per una città straniera, dove si era recata per motivi di lavoro. Si era riuscita a ritagliare un po’ di tempo per sé e per la sua passione, l’arte. Decise così di andare a fare un piccolo tour per le vie del centro di questa bellissima capitale straniera, osservare gli edifici, perdersi nei colori dei palazzi, ammirare la maestosità delle sculture dei grandi artisti del passato. Camminando per le vie del centro il suo sguardo venne attirato da qualcosa, non si trattava di un’arcata particolarmente suggestiva, né di uno scorcio tanto bello da sembrare dipinto, ma di una coppia di giovani. I due se ne stavano lì, seduti su una panchina a mangiare un gelato, nulla di strano. Una scena piuttosto comune, eccezion fatta per l’espressione fissa, stampata sul volto dei due giovani innamorati. Un sorriso talmente grande e pieno che nemmeno quando i due si dedicavano a leccare il cono gelato per evitare che colasse a terra riusciva a spegnersi. Un sorriso che la ragazza non aveva mai conosciuto. Un sorriso che solo guardandolo era riuscito, per un momento, a riempire quel vuoto che la ragazza sentiva dentro da ormai troppo tempo. Proprio in quel momento la ragazza sentì vibrare qualcosa nella tasca della sua giacca. Driin. Era il cellulare, era il papà. “pronto?”, “amore, devi tornare a casa!”, “che succede?”, “mamma, la sua condizione si sta aggravando rapidamente. Devi venire di corsa”, “arrivo”. La ragazza girò così le spalle a quel sorriso che, anche se solo per un momento, l’aveva riempita di gioia, e si diresse verso l’albergo per raccogliere le sue cose e andare a salutare la madre, forse per l’ultima volta.

Giunta all’ospedale vide la madre, sempre bella, di una bellezza che con l’età era mutata ma non scemata. Il suo volto sembrava stanco, sconvolto dalle ultime ore, dal malore che la stava portando via da lei. Una volta varcata la porta della stanza che la ospitava, la madre si cercò subito di sistemare, di alzarsi e rendersi presentabile di fronte alla luce dei suoi occhi. Con un gesto mandò via tutti dalla stanza, erano rimaste solo loro due, le donne di casa. Si guardarono negli occhi, si presero la mano e si misero a piangere. “perché piangi mamma? È così grave”, “si, ma non è per questo. Piccola mia ti devo confessare un segreto che ormai da troppo tempo ti è stato celato da me e da tuo padre!”, “che segreto?che succede?”. “amore mio ti ricordi quando da piccolina mi domandavi sempre perché non riuscivi ad essere soddisfatta nonostante la tua vita apparisse così perfetta?”, “certo!”, “questo non accadeva e non accade non perché tu sei viziata e endemicamente insoddisfatta, avviene perché il tuo cuore non è completo e non lo sarà finché non incontrerai qualcuno che riuscirà a colmare quel vuoto, quella piccola malformazione che ti impedisce di essere felice come ti meriteresti!”. “che assurdità è questa?” rispose la figlia piccata, “com’è possibile vivere senza una parte di cuore? Nessuno può farlo”. In quel momento la madre le strinse la mano con tutte le sue forze residue e si lasciò andare ad un pianto nevrotico, nervoso, irrazionale. “che ti succede mamma?perché piangi?”, “piango perché se tu non sarai mai felice la colpa è mia, del mio cuore, dell’eredità che ti ho trasmesso quando ti ho messo al mondo. Io, come te, sono nata con lo stesso vuoto, con la stessa mancanza, e sono riuscita a colmarla solo quando ho incontrato tuo padre”, “beh, anche io ho incontrato un uomo che mi tratta bene e che mi fa sentire importante, che si prende cura di me e che non mi fa mancare nulla”. “amore mio, tu non devi trovare un uomo, tu devi trovare l’unico che potrà riempirti quel vuoto e il cui solo sguardo ti farà sentire importante, il solo tocco ti farà sentire appagata, il cui solo abbraccio ti farà sentire immortale”. Conclusa questa frase gli occhi della madre si spensero, la presa mollò e il cuore si fermò. La donna dai capelli neri cominciò a piangere. Il dolore che provava era duplice. Oltre alla consapevolezza di aver perduto per sempre sua madre, aveva anche scoperto il segreto che aveva inseguito per anni, il segreto della sua insoddisfazione.

Quella sera la donna dai capelli neri tornò a casa tardi, appena varcò la soglia della sua dimora si trovò di fronte il compagno della sua vita che la abbracciò, e stringendola a sé le chiese come si sentisse. Passarono la serata tranquilli, a guardare la tv, lei non aveva voglia di parlare, aveva bisogno di pensare. Più pensava alle parole della madre più si sentiva triste, ma non aveva la forza di cambiare tutto, non aveva la forza di abbandonare il suo compagno, i suoi progetti e le persone che ancora avrebbe voluto aiutare. Quella sera decise di ignorare le parole della madre, si convinse che fossero state dettate dalla poca lucidità dovuta alla sua malattia, e che nessuno, nessuno, potrebbe vivere senza cuore, ma soprattutto che nessuno avrebbe potuto colmare quel vuoto se non ci poteva riuscire nemmeno il suo compagno di vita, colui che l’aveva accompagnata in tanti progetti vincenti.

Quella sera la donna dai capelli neri voltò le spalle al suo cuore, e cominciò a seguire solo e unicamente le sue ambizioni.